Enrica Calabresi: una scienziata cancellata due volte

Il nome di Enrica Calabresi è quasi sconosciuto al grande pubblico. Eppure la sua storia attraversa alcuni dei nodi più dolorosi del Novecento italiano: la scienza, l’università, le leggi razziali, l’esclusione, la persecuzione.

Nata a Ferrara nel 1891, ebrea, Enrica Calabresi fu zoologa ed entomologa. Si occupò in particolare dello studio di insetti e parassiti, un ambito di ricerca tutt’altro che marginale all’epoca: molte malattie infettive colpivano soprattutto le classi più povere ed erano legate alle condizioni igieniche, agli ambienti domestici e alla presenza di vettori animali.
Il suo lavoro scientifico aveva quindi ricadute dirette sulla salute pubblica. Studiò artropodi di interesse medico, parassiti e specie invasive, contribuendo alla conoscenza dei meccanismi di diffusione di malattie e infestazioni. Pubblicò numerosi articoli scientifici, partecipò a reti di ricerca internazionali e svolse un’intensa attività didattica. Non era una studiosa chiusa in laboratorio: la sua era una scienza applicata, concreta, legata ai problemi reali della società.
Insegnò all’Università di Firenze e fu una delle poche donne a costruirsi una carriera accademica solida in un ambiente ancora profondamente maschile. Una vita fatta di studio, insegnamento, rigore. Una normalità conquistata con fatica, che si interruppe bruscamente nel 1938.

Con l’introduzione delle leggi razziali fasciste, Enrica Calabresi venne espulsa dall’università perché ebrea. Non per mancanza di merito, non per limiti scientifici, ma per una definizione imposta dall’alto. Continuò a insegnare nella scuola ebraica di Firenze, cercando di trasmettere sapere in uno spazio sempre più ristretto e fragile.
Nel gennaio del 1944 fu arrestata. Rinchiusa nel carcere di Santa Verdiana, comprese quale sarebbe stato il passo successivo: la deportazione. Scelse di togliersi la vita con del veleno, per sottrarsi a un destino già scritto.
Enrica Calabresi non ha lasciato monumenti né grandi narrazioni eroiche. È stata cancellata una prima volta dalle leggi razziali, una seconda volta, per molti anni, dalla memoria pubblica. Eppure il suo lavoro scientifico, il suo insegnamento e la sua dignità raccontano una storia essenziale: quella di una donna ebrea, scienziata, esclusa nonostante l’utilità sociale del suo lavoro.

Solo ultimamente sono comparsi scritti e ricerche che approfondiscono la sua biografia.
Tra i più recenti segnaliamo:
“Un nome” di Paolo Ciampi (Giuntina, 2006). È l’opera principale che ha sottratto Enrica Calabresi all’oblio. Il libro è una biografia-inchiesta che ricostruisce la sua carriera accademica tra Firenze e Pisa e i suoi ultimi anni sotto l’occupazione nazista.