Ghetto ebraico di Roma

Società ebraica e malattia: fonti per una storia dell’epidemiologia fra ghetto ed emancipazione

La ricca storiografia sugli ebrei in Italia ha ampiamente illustrato l’operato dei singoli medici, ma ha lasciato in ombra la storia igienico-sanitaria dei ghetti e il profilo epidemiologico di questa popolazione tra il XVI e il XIX secolo.

La moderna “rivoluzione epidemiologica” è definita come il passaggio da un modello pre-moderno (caratterizzato da alta mortalità e crisi acute dovute a guerre, carestie ed epidemie) a una situazione di stabilità e ridotta mortalità, legata al miglioramento delle condizioni socio-economiche e sanitarie. Nella popolazione ebraica questo passaggio avvenne con un anticipo compreso tra i 5 e i 120 anni rispetto alla popolazione circostante. In Italia, già all’inizio del 1750 la mortalità ebraica era scesa al 30‰, un traguardo raggiunto dalla popolazione cristiana solo nel 1870. Si tratta di un dato sorprendente se si considera che, fino alla fine del XVII secolo, la mortalità nei ghetti era superiore a quella esterna (con l’eccezione di Livorno, priva di ghetto, dove il trend discendente iniziò già nel 1650).

Secondo la revisione critica di Della Pergola, questo vantaggio demografico ebraico è riconducibile a quattro fattori principali:

1. Normativa tradizionale e rituale

Le prescrizioni religiose (frequenti abluzioni delle mani prima e dopo i pasti o dopo i bisogni corporali, l’igiene domestica e le regole alimentari della kaschrùt) hanno esercitato un ruolo preventivo cruciale contro le malattie a trasmissione oro-fecale. La centralità della famiglia favoriva inoltre una condotta sessuale regolare, limitando le patologie veneree. Un impatto determinante sulla riduzione della mortalità infantile derivava dall’attenta cura dei neonati, caratterizzata dal ricorso prolungato all’allattamento materno e dalla rarità del baliatico. I dati storici confermano questa tendenza: a Firenze (1818-1850) la mortalità infantile ebraica era del 14,56% contro il 27,40% dei non ebrei; a Pitigliano (1808-1865) si registrano livelli nettamente inferiori tra i bambini dai 2 ai 4 anni, e nella Scuola di Mutuo Insegnamento (1833-1846) si registrò un solo decesso su 100 alunni in cinque anni. Le principali cause di morte infantile erano pertosse, scarlattina e difterite, mentre il vaiolo ebbe un’incidenza limitata (salvo l’epidemia di Venezia del 1596, che causò 70 vittime).

2. Struttura socio-economica e coesione comunitaria

La forte solidarietà interna e l’istituzione di confraternite di carità (comunali) azzerarono quasi del tutto la mendicità e il vagabondaggio, riducendo i fenomeni di marginalità sociale che tipicamente generano alta morbilità. Questo compensò in parte gli effetti negativi di un’urbanizzazione coatta e di un elevatissimo affollamento abitativo.

Tuttavia, le specifiche attività economiche permesse agli ebrei — in primis il commercio di stracci e abiti usati — incidevano negativamente sulla salute. L’ammasso di tessuti nei ghetti favoriva la proliferazione di vettori come le pulci (responsabili di gravi infezioni), mentre la battitura dei panni liberava polveri nocive per l’apparato respiratorio. Non a caso, i dati (esclusa la tubercolosi) indicano le patologie cardiovascolari, seguite da quelle respiratorie e dismetaboliche, come le prime cause di morte e morbilità.

3. Ereditarietà e caratteri genetici

Il secolare isolamento endogamico ha favorito, tramite selezione, la trasmissione di caratteri resistenti verso specifiche malattie, ma ha anche accentuato la vulnerabilità verso altre patologie esacerbate da ambienti insalubri. È il caso della singolare “refratterietà” ebraica alla tubercolosi, interpretata da Sanarelli (1913) come immunità acquisita. I dati delle visite di leva studiati da Angelini (1932) confermano la bassa incidenza della TBC tra gli ebrei di Firenze, mentre a Livorno — dove erano frequenti i matrimoni misti — la tendenza si invertiva, superando la morbilità della popolazione cristiana (fenomeno che lasciò perplesso l’epidemiologo Roberto Bachi).

4. Lo stato giuridico e le anomalie delle grandi epidemie

L’esame dei decessi durante le grandi ondate di peste del XVII secolo presenta vistose anomalie locali che sfidano i modelli teorici:

  • Peste del 1630: Nel ghetto di Venezia la mortalità si attestò al 15% (446 morti su 3000 abitanti), ovvero la metà rispetto alla popolazione cristiana, grazie all’isolamento del ghetto e alle rigide misure di quarantena domiciliare imposte dalle magistrature ebraiche. Al contrario, la peste devastò i ghetti di Padova (mortalità al 58,5%), Verona, Mantova e Modena (43,5%).
  • Peste di Roma (1656-57): Si verificò il fenomeno opposto. La mortalità ebraica (13,82%) fu quasi il doppio di quella cattolica (7,66%). Oltre all’insalubrità del ghetto romano e ai rischi legati al commercio di stracci, Sonnino e Traina individuano una causa paradossale nella maggiore efficienza dell’assistenza interna. La segregazione del gruppo favorì l’individuazione precoce dei malati e il loro ricovero coatto in lazzaretto (vi entrò il 15,8% della popolazione ebraica contro il 7,3% di quella cattolica). Questo elevato tasso di ospedalizzazione (il 78% degli ebrei morì in lazzaretto contro il 61% dei cattolici) creò presumibilmente un effetto moltiplicatore del contagio all’interno delle strutture di cura.

Lo stato della ricerca e le fonti documentarie

La ricostruzione demografica incontra notevoli limiti documentari e non consente di retrocedere con sicurezza oltre la metà del XVII secolo (sono da ritenersi scarsamente attendibili le cronache d’epoca secondo cui gli ebrei sarebbero sfuggiti del tutto alla peste del Boccaccio o al tifo del 1505).

I registri fiscali, i catasti o le numerazioni dei fuochi sono utili per la storia economica ma silenti sulle cause di morte. Le fonti d’archivio utili all’indagine epidemiologica, seppur frammentarie, si dividono in:

  1. Fonti pubbliche sanitarie: Come i Necrologi dei Provveditori alla Sanità di Venezia (che rivelano, ad esempio, un’epidemia di vaiolo nel 1699 che uccise 24 bambini) o i registri di Gorizia che, dal 1784, riportano puntualmente nome, età e causa del decesso.
  2. Fonti parrocchiali contigue: Gli Status animarum e i Libri dei morti delle parrocchie confinanti con i ghetti (strumenti con cui Livi Bacci ha ricostruito la demografia di Pitigliano).
  3. Fonti interne comunitarie: Registri in lingua italiana ed ebraica custoditi dagli archivi storici delle Comunità. Lo spoglio delle “denunce di tumulazione” a Modena ha permesso di mappare la mortalità negli anni 1816-1825 (in pieno ghetto) e nel decennio 1866-1875 (post-emancipazione, sebbene in condizioni abitative analoghe).
  4. Studi genealogici: Data l’incidenza di patologie a trasmissione ereditaria nella popolazione ebraica, l’analisi delle linee familiari rappresenta oggi una delle frontiere di ricerca più promettenti per la storia della medicina.

Stefano Arieti